| In altre storie |
| Storie segnalatemi o inviatemi tramite e-mail: seleziona i collegamenti a sinistra... |
|
Premessa: E' giusto che la vicenda di Emanuele venga compresa nella casistica del triste fenomeno della malasanità nel nostro paese, sebbene il racconto non si soffermi sulle responsabilità dei medici. Già la domanda che si pone la madre "Perché gli sono mancati 15 minuti di ossigeno? Non si sa" è il segno di uno sconcerto di fronte ad un silenzio che nasconde qualcosa che non si vuole venga alla luce... Pertanto la battaglia di Eleonora è anche per un Sistema Sanitario a misura d'uomo, trasparente, rispettoso dei diritti anche di essere informati, in una società che si definisce "civile" e che troppo spesso invece disprezza i valori etici che dice di tutelare e salvaguardare. La sua battaglia è per tutte le mamme che vorrebbero sempre lasciare i propri figli nelle mani di un sistema di assistenza fidato e affidabile. Forza Eleonora ! 28 settembre 2000: nasce Emanuele La storia di mio figlio inizia come quella di tutti i bambini. Nasce da un amore e cresce in una famiglia come tante: mamma, papà, una sorella più grande, i nonni, gli zii. E' un bambino come gli altri, un angioletto pieno di vita e di cose da fare. Va a scuola volentieri, a quattro anni comincia a suonare il pianoforte, studia l'inglese, fa karate, gioca a calcio. E' appassionato di astronomia e legge i libri di Margherita Hack, che lui chiama "la signora delle stelle". Da grande vuol fare il carabiniere. L'ha deciso il giorno in cui ha visto il film su Salvo D'Acquisto, quello con Massimo Ranieri. Dice che un carabiniere deve parlare l'inglese per svolgere indagini internazionali e deve essere un campione di karate per combattere contro i nemici. Perciò studia e si impegna al massimo. Tutti i giorni vuole passare davanti al monumento di fronte alla caserma di Cologno Monzese intitolata a Salvo, a due passi da casa nostra. E ogni 23 settembre (anniversario dell'eroico sacrificio di D'Acquisto) e ogni 25 aprile gli porta un mazzo di fiori. Primavera 2007 Emanuele ha 6 anni. Frequenta la prima elementare. A marzo cambia scuola. Nuovi insegnanti, nuovi compagni. Lui si trova subito bene, è felice. Studia. Corre la Stramilano. Il 17 maggio farà il suo secondo concerto di pianoforte. Gioca. Legge. A maggio diventerà cintura arancione di karate. 10 aprile 2007: mattina Mio figlio ha mal di pancia. Viene il dottore e ci consiglia di andare al pronto soccorso. Ospedale San Raffaele. Pronto soccorso. Attesa. Visita. Attesa. Esame. Attesa. Altro esame. Passano così otto ore. Emanuele ha paura, è tutto nuovo per lui, non ha mai visto un dottore finora. Si sforza di restare tranquillo, vuol fare l'ometto. Solo lo sguardo impaurito tradisce la sua ansia. Lo tranquillizzo. Si fida di me, purtroppo, sono la sua mamma! Vuol fare il bravo: otto ore di visite e controlli senza un capriccio e senza mai dire no. Finalmente la diagnosi: appendicite. Bisogna operare. Subito. Lo accompagniamo in sala operatoria, mio marito e io. Lui ci arriva sulle sue belle gambette sane e forti. Sale da solo sul lettino. E' impaurito ma non versa una lacrima. 10 aprile 2007: tarda serata Tutto è pronto. Gli do un bacio. L'ultimo. Aspettiamo in pediatria. Il lettino è pronto da ore. Nessuno ci dice niente. Preoccupazione. Ansia. Panico! Ma ecco quattro dottori in camice. Chi sono? "Signora, abbiamo avuto un problema: 15 minuti senza ossigeno al cervello!" Cosa? Che vuol dire? Aspettate! Se ne vanno. Noi non capiamo. Cos'è successo? Un problema! Che problema? Ossigeno? Cervello? CHE VUOL DIRE? Nessuno ci spiega niente. Incubo! Il pensiero si ghiaccia. Poi esplode. Terapia intensiva Corriamo al reparto Terapia intensiva. Qualcuno ci ha detto che nostro figlio è là. Ci precipitiamo. Porta chiusa. Suoniamo il campanello. Entriamo: Emanuele! Intubato. Aghi nel collo, nelle braccia, nelle caviglie. Il torace blu per colpa del defibrillatore. Nudo, coperto solo da un lenzuolo, livido, martoriato come il Cristo del Mantegna. E tutti quei rumori, di quelle macchine che lo tengono in vita. Ricordo che pensavo "speriamo che non l'abbiano lasciato solo e che non abbia sofferto". Non mi rendevo conto. Non è possibile! Perché al mio angelo? Aveva ancora i capelli. Il sabato successivo glieli hanno rasati. Cos'è successo? Perché gli sono mancati 15 minuti di ossigeno? Non si sa. Il fatto è che senza ossigeno i neuroni sono morti a grappoli. E da lì è finito e cominciato tutto. Quattro giorni dopo Nel pieno dell'incubo! Devono trapanargli la testa per misurare la pressione endocranica (dentro il cranio) che sale vertiginosamente. Emanuele è in pericolo di vita. Gli asportano d'urgenza la teca frontale, l'osso della fronte. Lo rompono in più pezzi altrimenti il cervello non troverebbe spazio per aumentare il proprio volume. Si sta espandendo, si gonfia, si gonfia, come un pallone e adesso che c'è solo la pelle a coprirlo, sporge all'infuori. Terribile? Spaventoso? Atroce? Non c'è una parola sufficiente. Rimarrà così per tanti mesi. In costante pericolo di vita. Continuamente lo sottopongono all'ipotermia, cioè gli abbassano la temperatura del corpo per controllare meglio la situazione. Succede di tutto. Gli fanno anche una trasfusione e gli somministrano farmaci. Molti e molto potenti. Non scorderò mai più in tutta la vita il suo pianto continuo. Lo sento appena si aprono le porte di Terapia intensiva. E' l'unico che piange. Lui vuole la sua mamma ma io non posso stargli accanto se non negli orari permessi. Perché ci sono le regole. 28 maggio 2007 Emanuele viene trasferito alla clinica La Nostra Famiglia di Bosisio Parini, Lecco. Altra sofferenza! Per stargli accanto devo affidare ai miei genitori mia figlia di 13 anni, mentre mio marito vive con me in clinica e passa le notti in un appartamento in affitto. Le spese, e sono molte, a carico nostro. Emanuele ha la fronte gonfissima perché il cervello è fuoriuscito ormai dalla cavità cranica e non è ancora tornato alle sue dimensioni normali. Bosisio Parini: clinica di riabilitazione E' un mondo a parte. La valle della sofferenza dei bambini. Emanuele piange, piange. Viene alimentato artificialmente con un sondino naso-gastrico, la testa fasciata. Una sofferenza indicibile! Passano i giorni, i mesi. Gli tolgono le bende. E' senza capelli, rasato a zero. Una cicatrice immensa, larga un dito. Sembra un'aureola. La pelle tenuta insieme da una cucitura e da graffette di metallo come quelle per i documenti. La ferita è fresca. Ci fanno raccomandazioni, non bisogna toccarla: rischio infezioni. Le medicazioni sono dolorose. Inizia la fisioterapia, per evitare l'atrofia di muscoli e nervi, e la logopedia, per cercare di recuperare e mantenere la capacità di deglutizione, che per il momento non sembra compromessa del tutto. Emanuele non fa altro che piangere. Non parla, non ride più, non suona più il piano, non gioca, non studia. Non può più fare niente di tutto ciò che faceva prima di quel 10 aprile maledetto. Gli hanno spezzato le ali della vita! Non ha più alcun diritto, tranne quello di soffrire e di piangere. Ogni movimento è sofferenza. Emanuele piange continuamente, forse anche solo per comunicare. Chissà. Settembre 2007: inizio del mese Emanuele viene portato di nuovo al San Raffaele. Arriviamo il lunedì alle 15 e facciamo non poca fatica ad organizzarci perché spostare il bambino e coordinare per giorni i vari controlli, i pasti e tutto il resto non è facile. Mercoledì Operazione per rimettere al suo posto l'osso autologo, vale a dire l'osso frontale di Emanuele. L'intervento dura tutta la mattina. Giovedì Giornata tranquilla. Venerdì Gli mettono la PEG per l'alimentazione artificiale: un tubicino che attraverso l'addome porta il cibo alla stomaco. Due giorni di vomito a causa dell'anestesia e tantissimi altri problemi. Le informazioni sono latenti. Lunedì Torniamo a Bosisio. Io e mia mamma con Emanuele, mio marito a casa con nostra figlia. Fra fisioterapia, logopedia, alimentazione e tutto il resto si sta in ballo da mattina a sera e anche la notte e bisogna essere in due per darsi il cambio. Perché Emanuele ha bisogno di tutto: quindi non ci possiamo permettere neanche un minuto di disattenzione. 4 ottobre 2007 Inizio uno sciopero della fame per ottenere attenzione e riuscire così a scoprire se c'è un qualche posto al mondo dove possano curare Emanuele e farlo migliorare il più possibile. Tante promesse e tanto fumo. La realtà è che siamo soli e abbandonati a noi stessi. Tutti si aspettano da noi rassegnazione e pensano senza dircelo "portatevi a casa vostro figlio e arrangiatevi, che tanto così rimarrà per sempre". Quando chiediamo informazioni e aiuto tutte le porte ci vengono sbattute in faccia. Nel frattempo ci alterniamo al capezzale di Emanuele perché anche nostra figlia ha bisogno della sua mamma. Riesco ad ottenere qualche passaggio TV e qualche articolo. Le cose si muovono. Con l'aiuto di tante persone contattiamo centri europei e americani e raggiungiamo anche un dottore inglese che con un certo farmaco risveglia i pazienti dal coma neurovegetativo. Sotto stretto controllo medico lo proviamo su Emanuele, ma purtroppo non fa effetto. 12 dicembre 2007 Vogliono dimettere Emanuele ma gestirlo a casa sarebbe impossibile, gli spazi non sono ancora adeguati, dobbiamo fare tanti lavori, dobbiamo attrezzarci, c'è bisogno di tante cose. Secondo sciopero della fame: Emanuele rimane a Bosisio. Passano i mesi. Contattiamo altri centri, riceviamo risposte e informazioni. Finalmente entro in contatto con una mamma italiana che sta curando suo figlio in Florida, negli USA. Grazie all'aiuto di tanti amici, gente comune che vuole aiutare Emanuele, raccogliamo i fondi necessari per la terapia. 22 Aprile 2008 Partiamo per gli States! Un volo umanitario, organizzato dall'Aeronautica Militare, ci porta a Fort Lauderdale dove, così come molti altri bambini italiani, Emanuele viene curato: ossigenoterapia (per fornire il "carburante" ai neuroni), fisioterapia intensiva (per stimolare una possibile ripresa), logopedia (per abituarlo di nuovo a mangiare da solo), terapia cranio-sacrale (utile per mantenere la funzionalità del corpo e degli organi interni). 15 Ottobre 2008 Rientriamo, per mancanza di fondi, con un nuovo volo umanitario. Oggi Emanuele è a casa. Ha bisogno di ore e ore di assistenza e cura giornaliera, ma le istituzioni, pur facendo del loro meglio, garantiscono solo una piccola parte del necessario. Purtroppo i malati allettati sono numerosi e molti sono bambini. Noi facciamo di tutto per aiutare nostro figlio, e tante persone comuni, amici ma anche sconosciuti, ci aiutano come possono. Il buon cuore però non basta, ci vogliono fondi. Le esigenze sono moltissime, tutte cose assolutamente indispensabili. Purtroppo questa è la vita reale. Emanuele da grande voleva fare il carabiniere e servire la Patria. SALVIAMO EMANUELE! Tutti insieme. CONTRIBUITE ANCHE VOI! Informazioni dettagliate e contatti diretti con la famiglia sul blog WWW.SALVIAMOEMANUELE.BLOGSPOT.COM C/C 500 intestazione: Salviamo Emanuele coordinate bancarie: IBAN IT22 D 05584 32970 Banca Popolare di Milano, filiale di Cologno Monzese (MI) GRAZIE! di cuore La famiglia Lo Bue (30/11/08) |
|
Mia madre, di anni 73, Domenica 30 settembre 2007 ebbe un infarto alle h.200 di notte, alla presenza di mio padre (ottantatreenne). Ricoverata all'Ospedale di Potenza, il sabato successivo cessò di vivere. La rabbia per la perdita di mia madre è tanta, il vuoto è immenso… e ti viene voglia di fare chissà che cosa… perché il modo in cui è avvenuta la tragedia lascia allibiti e pieni di dubbi, e sei costretto a constatare che non funziona quasi niente, e vi sono senz'altro responsabilità, negligenze, incuria, superficialità, disprezzo dei diritti dei malati e del diritto dei familiari a sapere. Ma per spiegare questa mia indignazione voglio raccontare ciò che è avvenuto. Il 28 Settembre mia madre si era recata all'ospedale di Melfi (prov. Potenza), ove le riscontrarono segni di broncopolmonite etc. e le prescrissero un antibiotico e la teofillina (farmaco tra l'altro sconsigliato agli anziani). Dopo solo tre giorni dall'assunzione di tali farmaci ebbe l'infarto. Nella notte era stato chiamato il 118, ma l'ambulanza era arrivata senza medico a bordo. Inoltre il mezzo, a causa della strada stretta, non aveva potuto giungere sin sotto casa. Pertanto mio padre, con l'aiuto dell'ambulanziere, riuscì a far camminare mia madre per una cinquantina di metri fino all'ambulanza. Si diressero quindi dal medico curante, e bussarono più volte all'ambulatorio ma non ricevettero risposta. D'altra parte, in caso di infarto, le prime cure sono salvavita e il mezzo di soccorso non era neppure dotato di defribillatore. Si diressero pertanto a sirene spiegate all'ospedale di Melfi, dove fu deciso di trasferirla urgentemente all'ospedale di Potenza, naturalmente non preoccupandosi neppure di far salire sul mezzo mio padre, che rimase così a Melfi (non avendo l'auto). In mattinata fecero un' angioplastica. Intanto noi ci eravamo organizzati: prima andò mio fratello di Ascoli Piceno e poi dovevo andarci io ( noi tre figli siamo tutti lontani: io a Torino, un altro a Milano e un altro ad Ascoli Piceno). La mancanza di informazioni ci lasciò davvero perplessi: mio fratello di Milano più volte chiese informazioni telefonicamente ma, con la scusa della privacy, ci fecero sapere poco o niente. Quella domenica però trovai un infermiere gentile che mi fece parlare con mia madre, che al telefono sembrava forte e, come se la sentissi ora, appariva tranquilla. Il giorno dopo andò mio fratello e riuscì a sapere che l'intervento era abbastanza riuscito, però forse c'era da liberare un' altra coronaria, che comunque stava reagendo bene. Il giorno successivo tornò mio fratello con mio padre e sembrava che le condizioni stessero migliorando. Il mercoledì ritornò mio padre con un cugino, in quanto mio fratello era rientrato al lavoro, pensando che le cose stavano migliorando. Il venerdì sera, sfruttando la firma del primo intervento effettuato su mia madre, decisero di effettuare un' altra coronarografia, che tuttora non comprendiamo a che servì, dato che il quadro clinico era sufficientemente conosciuto, e bisognava aspettare e/o intervenire con un by pass. Mi rendo conto che questa è una riflessione fatta col "senno di poi", ma noi poveri familiari ci tormentiamo perché cerchiamo la verità su questa morte assurda ! Dopo l'intervento la riportarono in camera (perchè non tenerla ancora in terapia intensiva ?). Comunicavamo telefonicamente; mio padre cercò una assistente che la vegliasse costantemente, ma loro dissero che non era consentito. Dopo la morte invece sapemmo che nella stanza vicina era permesso. Insomma una serie di contraddizioni che lasciavano a dir poco senza parole. Il sabato mattina andai con mio padre a prenderla, perché il giovedì ci avevano detto che sabato sarebbe potuta tornare a casa senza problemi. Verso mezzogiorno, alla visita parenti, mia madre era in stato di arresto cardio-circolatorio e chiusero la stanza e, dopo cinque minuti, ci fecero rientrare e rimanemmo sbigottiti: mia madre sudava, la pressione bassissima...non capivamo che cosa fosse successo. Parlai con un medico, che prima disse che nella notte mia madre si era tolta una fiala. Gli chiesi cosa intendesse dire, e allora si corresse dicendo che, comunque, la situazione non era complicata: c'era stato un aumento del diabete, causato non dalla fiala. Aggiunse "dopo un infarto i valori sbalzano…". Gli feci notare: "…ma come… se prima dell'intervento tutto stava andando bene...". Ci fu poi il cambio del personale; mia madre sembrava che volesse dormire. Non ci raccomandarono neppure di rimanere vicini alla paziente e tanto meno ci dissero che le condizioni erano gravi. Sapevamo che l'altra visita era prevista dopo quattro ore. Non capivamo più nulla: sia io che mio padre eravamo sotto choc... Allora avvisai anche i miei fratelli che le cose non si stavano mettendo bene. Tornammo dopo tre ore e ci dissero che mia madre era giù in emodinamica. Parlammo col dottore che ci disse che le condizioni erano gravi, ma lui cercava di fare il possibile. Chiedemmo di poterla vedere, ma non ci fu permesso. Tornò una seconda volta e ci preparò al peggio: "…forse era già morta al primo nostro incontro…". Dopo altri cinque minuti ci disse che la mamma non ce l'aveva fatta. Io avevo una rabbia da spaccare il mondo. Imprecai: "…che cavolo hanno combinato… questi ci hanno tenuti tranquilli per fare quello che hanno voluto ed ecco il risultato! Mia madre chi me la restituirà ?!!" Panico totale: mio padre ed io a pezzi… col dolore in gola. Poi …agenzie funebri che ci contattavano. Per le pratiche incaricammo un parente del paese. Dopo circa 7 mesi il solo pensiero è un incubo. Mio padre sta ed è stato malissimo. Dopo tutto questo dispiacere ha avuto un' aritmia e ha dovuto subire un intervento a Torino, per un blocco di un'arteria; per fortuna questa volta è andato tutto bene. Lì i medici che hanno operato ci hanno costantemente informati dall'inizio alla fine dell'intervento, a differenza di Potenza dove chi opera non si degna di farlo direttamente, ma delega il compito al medico del reparto. Come si può morire così, senza chiarezza di nulla ! Noi chiedemmo ai medici se non fosse stato meglio aspettare prima del secondo intervento, ma ricevemmo risposte evasive…: uno di loro annuì: "…forse…...però chi poteva saperlo...allora era meglio fare un by pass...". Ma per noi è inaccettabile soprattutto che non ci abbiano tenuti informati delle difficoltà che si stavano presentando, rimandando tutto al tragico finale, che per noi fu una totale sorpresa. Questa storia è davvero allucinante e poi, quando senti i tg etc., sembra sempre che accadano a persone lontane, sconosciute. Mai pensavamo che sarebbe potuto accadere proprio a noi... Non abbiamo sporto denuncia perchè nessuno era disposto a seguire il processo, e inoltre mio padre era contrario ad un' autopsia. E' straziante raccontare ciò che è accaduto. Io sono l'ultimo figlio e per me mia madre era ed è tutto: mi hanno tolto la persona più importante della mia vita, come lo è attualmente la mia famiglia. Gerardo D'Errico (04/05/08) |
|
01/O2/2008 Alle ore 8:45 circa arriviamo all'ospedale di Termini Imerese. Mio padre, Nino Pizzitola, presenta fortissimo dolore al petto, alla
spalla e al braccio sinistro. Al pronto soccorso ci
danno subito assistenza facendolo sedere in una sedia a rotelle pur
essendoci a disposizione una barella (cosa alquanto insolita all'ospedale S.
Cimino).
Dopo le solite domande di rito (quali farmaci prende,soffre di
patologie particolari ecc.) eseguono un elettrocardiogramma, da
cui non risulterebbe infarto in corso; eppure mio padre continua a ripetere
che ha un dolore fortissimo al petto e al braccio.
Gli viene allora applicata una piccola flebo (dopo
risulterà Zantac, Lixdol come da referto).
Ma il dolore continua (infatti mio papà continua a
lamentarsi).
Rifanno un altro elettrocardiogramma, ma ancora non
risulterebbe alcuna variazione.
Allora un infermiere ha la genialità di pensare che il
forte dolore al petto e al braccio altro non sia che dolore
intercostale. Anche il medico di turno, dopo l'affermazione ripetuta
dall'infermiere rassicura mio padre sulla natura dei suoi dolori, e nonostante
mio padre continui a ripetere di avere un infarto in corso poiché il
dolore è lancinante.
Gli viene allora applicata un'altra flebo con un anti
dolorifico.
Anche al termine della flebo il dolore è persistente,
e mio padre viene trasferito dalla lettiga ad una sedia a rotelle, e
quindi in una sala circostante per fare una radiografia al torace.
Dopo circa un minuto, non di più, mio padre ha un
arresto cardiaco, davanti a tutte le persone, davanti ai suoi
figli.
A questo punto i sanitari chiedono addirittura (!) a
mia mamma se mio padre soffre di crisi epilettiche. Provano a rianimarlo per circa 20 minuti, senza riuscire ad intubarlo, inutilmente,
poichè egli è ormai già morto,
Ora noi tutti, tutti coloro che gli volevano bene, ci
chiediamo se mio padre poteva essere salvato, se è giusto morire
a 45 anni dopo essere arrivati all'ospedale più vicino in non più di 5 minuti
sulle proprie gambe, se è possibile essere uccisi così: sbagliando
diagnosi, affidandosi al suggerimento di un infermiere, se è giusto
arrivare al pronto soccorso di una cittadina di quasi 30.000 abitanti senza che
ci sia una giusta assistenza, senza che ci sia un ecografo, senza chiamare uno
straccio di cardiologo.(è stato chiamato dopo ed ha confermato il decesso)
!!
Abbiamo trovato un pronto soccorso con incompetenti, che
hanno contribuito con la loro colpevole superficialità a far morire mio
padre.
Lo stesso cardiologo ha riferito a mio zio di essere stato
chiamato troppo tardi, dopo che il paziente era già deceduto.
Ho perso mio padre dopo 45 minuti dal suo ingresso in ospedale
!
Purtroppo non è il primo caso ed, aimè, temo non sarà l'ultimo ! Vorrei partecipare per evitare questo dolore ad altre
persone . P.S.: molte persone che mi incontrano mi dicono che mio
papà è stato sfortunato perché non ha trovato il medico competente di turno: non
mi sembra una cosa tollerabile, perchè dovrebbero essere tutti competenti.
Sentito il parere di altri medici mi hanno riferito che in questi casi si
interviene con la troponina.
Emanuela Pizzitola (18/03/08) |
|
Sono Giuliana Monteduro, di Trieste, ho 48 anni e ho letto la
storia travagliata di Iolanda, e posso dire, purtroppo, che la
storia di mia madre è pressocchè molto simile.
Mia madre, Liana Marani, di anni 71, soffriva da 15 anni di una forma di malattia cardiaca, ovvero aveva l'aorta breve, il cuore grosso il doppio, e la valvola mitralica quasi del tutto ostruita, con conseguente aritmia e tachicardia ormai croniche, perciò i medici la curavano con ben 6 tipi diversi di farmaci. A lungo andare però, nonostante le cure, la malattia si aggravò. All' Ospedale Maggiore di Trieste, dove fu ricoverata, ritennero opportuno operarla, sostituendole la valvola mitralica con una artificiale. Subì un intervento a cuore aperto, che durò ben 9 ore, e durante lo stesso ebbe delle complicazioni, che non ci furono mai spiegate, nonostante le insistenze mie e di mia sorella. La dimisero 20 giorni dopo, con ancora i punti (si noti che avevano dovuto romperle tutte le ossa della cassa toracica per raggiungere il cuore). Dopo 3 anni di dolori continui e senza miglioramenti, nonostante le continue cure farmacologiche, le sopraggiunse il diabete, e le si ingrossò il fegato a causa dei farmaci assorbiti. Come rimedio le dettero ancora altri farmaci, tra i quali degli antidepressivi e degli anticoagulanti, perchè era a rischio continuo di ictus. Inutile dire che andammo dai cardiologi e dietologi migliori ( era ingrassata 20 chili dopo l'intervento a causa dell'immobilità forzata), ma nessuno le diede grandi soluzioni. Così...la sua qualità di vita era praticamente zero. Nel settembre 2003 sopraggiunse un' ischemia cerebrale. Fu ricoverata in ospedale e vi rimase 45 giorni, dopodichè la ricoverammo in una clinica riabilitativa , la S.R.R. San Giusto di Trieste, in quanto aveva subìto la perdita temporanea dell'uso della parola e una emiparesi della parte destra del corpo, sia facciale che degli arti. In clinica prese ...LA SIFILIDE !!!! Chiesi di vedere le cartelle cliniche; mi risposero spudoratamente che io non potevo conoscere la vita sessuale di mia madre !!!! Ero furibonda dopo tale menzogna, non tanto perchè riguardava mia madre, ma perchè era la sua reale condizione di vita a smentirla: vedova da 17 anni, viveva con me , qundi...sapevo benissimo che non aveva rapporti con nessuno !!!! Dunque...passo successivo...mia madre morì per un altro attacco di cuore, il 7 febbraio 2004, per cause non precisate, nel polo cardiologico dell'Ospedale Cattinara (Trieste). Io e mia sorella fummo sempre sole di fronte a questo lungo dramma. Le nostre richieste di assistenza rimasero inascoltate: interpellammo sia il comune che i volontari, ma nessuno si fece vivo. Ovviamente io lavoro (sono separata e ho un figlio). Assistevamo come potevamo la mamma, ma non 24 ore su 24, visto che ero costretta ad assentarmi da casa per lavoro per oltre 8 ore, così come mia sorella che fa i turni. Questa realtà è sempre stata ignorata. Giuliana Monteduro (28/12/06) |
|
La storia di Maurizio Giannetto, operato 12 anni fa di ernia
inguinale. Da allora una garza dimenticata nell'addome ha
provocato un grosso granuloma che ha compromesso per sempre la
sua salute.
La sua storia è visibile collegandosi al sito www.malasanita.ge.it. Cordiali saluti e complimenti per il Vs. sito Maurizio Giannetto (30/9/06) |
|
Il fatto è avvenuto a luglio 2006. Mio suocero, dopo circa dieci giorni di terapia fatta a casa con le prescrizioni del medico curante per un dolore alla mandibola destra, nel pomeriggio di sabato primo luglio avverte un dolore sempre più forte sia alla mandibola che alla testa ed ha grande difficoltà ad aprire la bocca e a deglutire. Suo figlio Giovanni di 23 anni lo porta a Cefalù al pronto soccorso dell'ospedale San Raffaele. Giuntovi circa verso le 16:00, lo va a registrare al triage e si mette in attesa della chiamata, che ancora alle 19:00 circa non arriva. Allora mio cognato decide di portare suo padre in un altro ospedale a Termini Imerese, una cittadina che dista da Cefalù 15 minuti circa. Qui viene visitato e subito viene prescritta una tac alla faccia. Per eseguire questo esame mio suocero e mio cognato si recano a Palermo e si presentano al pronto soccorso dell'Ospedale Civico, consegnando la missiva di Termini Imerese. Vengono mandati al piano superiore per effettuare la tac, ma manca il medico preposto, che, dopo essere stato contattato telefonicamente da un collega, li invita a ritornare lunedì 3 luglio. Ma mio suocero è sempre più dolorante, e perciò ritorna, sempre con mio cognato, al piano inferiore dove, dopo tante insistenze, finalmente qualcuno decide di fargli una puntura (penso un antidolorifico). Ritornano quindi a casa a Caltavuturo, che dista da Palermo più di 80 Km. Intorno alle tre di notte mi squilla il telefono: è mia suocera che mi invita ad andare a casa, perchè suo marito sta male. Con mia moglie mi precipito a casa di mio suocero, che non riesce neanche più a parlare, in preda a dolori fortissimi, sia alla mandibola che alla testa. Decido di portarlo in guardi medica e qui il dottore mi consiglia di portarlo al pronto soccorso e allora mi reco subito all'ospedale San Raffaele di Cefalù, dove arrivo verso le quattro di notte. Qui viene subito sottoposto a vari controlli e alle 13:00 circa di Domenica 2 luglio viene finalmente ricoverato. Qui adesso inizia la seconda odissea di mio suocero. Domenica e Lunedì mio suocero non viene più sottoposto ad alcun esame, ma semplicemente gli vengono messe delle flebo. Nella notte tra Lunedì e Martedì mio suocero rischia di soffocare e quindi viene subito sottoposto a ossigenoterapia e a vari esami, e il Martedì mattina gli viene fatta una tac al collo, della quale ci danno risultato il giorno dopo verso le 13:30. I medici sostengono che mio suocero ha una infezione dietro le tonsille e che quindi va curata con adeguata terapia, ma intanto il collo e la faccia di mio suocero si ingrossano sempre di più, cosa che avevo già notato il Venerdì. Intorno alle 13:30 mi reco nella stanza dei medici, ai quali dico che, secondo me, mio suocero sta peggiorando, avendo il collo e anche la faccia troppo gonfi e che quindi è pieno di "pus". Allora uno dei tre medici mi dice che io devo vedere le cose positive, visto che mio suocero prima non parlava ed ora invece iniziava a pronunciare qualche parola. Per tutta la durata del colloquio i tre medici sono sempre stati molto evasivi, e alle mie domande rispondevano sempre con un tono stufato, tanto che io, non riuscendo a capire quale fosse il vero problema, ho cercato di prenderli in contropiede affermando ironicamente che allora "mio suocero non aveva niente di grave". A questa mia affermazione uno dei tre medici mi
dice che la situazione di mio suocero invece è grave, non tanto perché c'è un
male o qualcosa dietro, ma per la posizione in cui si trova l'ascesso.
A questo punto chiedo se allora non è meglio intervenire chirurgicamente, ma uno dei medici mi dice che è meglio evitare l'intervento vista la posizione delicata dell'infezione, e mi rassicura dicendomi che continueranno a fare la terapia anche se sarà molto lunga. Uscito da quella stanza vado subito a parlare con mia moglie e mia suocera alle quali dico che secondo me i medici non anno capito niente e che quindi il Lunedì successivo mio suocero da quell'ospedale sarebbe uscito. Verso le 14:00, appena dopo aver fatto la barba a mio suocero, e in questo caso mi sono ancora di più accorto di quanto "pus" ci fosse , si presenta in stanza uno dei tre medici con i quali avevo parlato prima, e un medico vestito di verde ( presumo un chirurgo), i quali ci invitano ad accomodarci fuori perché devono visitare mio suocero. Dopo alcuni minuti questi escono dalla stanza e senza degnarci di alcuno sguardo vanno via tranquillamente. Arriva il momento di andare via e mia moglie rimane in ospedale (in sostituzione di mia suocera) con suo padre, mia suocera viene via con me, visto che dopo 5 giorni di assistenza a suo marito necessitava di una doccia, quindi andiamo a Caltavuturo. Arrivati in paese mi squilla il telefono: è mia moglie che mi dice che vogliono portare suo padre per una visita di controllo all'ospedale Civico di Palermo, al reparto di Otorinolaringoiatria e che lei non ci può andare perché non può salire sull'ambulanza. Mi rimetto in macchina e riparto per Cefalù insieme a mia suocera, ma l'ambulanza è già partita. Prima mia suocera va a parlare con la caposala e poi io con il medico, per sapere per quale motivo avessero portato mio suocero a Palermo, e tutti sostengono che è andato li per controllo e che però non sapevano se lo ricoveravano. Pensavamo di recarci a Palermo ,ma il medico ci ha detto di aspettare perchè ancora non si conosce l'esito della visita. Nel frattempo si fanno le 20:00 e dal balcone della stanza vediamo arrivare l'ambulanza con la quale era partito mio suocero, vuota. L'infermiera ci rassicura che mio suocero è
stato ricoverato tranquillamente.
Successivamente il medico ci raggiunge e ci dice di andare a Palermo, perché hanno ricoverato il sig. Muscarella; "non dobbiamo preoccuparci", perché sicuramente gli hanno fatto una piccola incisione alla gola per aspirare il "pus". Quest' ultima frase del medico mi ha fatto impazzire: perché fino a stamattina l'intervento era difficile e la cura molto lunga, mentre ora, semplicemente, a Palermo avrebbero fatto un taglietto per aspirare il "pus" ? Allora dico a mia moglie di andare a casa con la
macchina di mio zio, che nel frattempo era venuto per fare visita a suo
fratello, e io con mia suocera e mio zio ci rechiamo a Palermo.
Arrivati davanti al reparto di otorinolaringoiatria dell'ospedale Civico, squilla il cellulare di mia suocera, la quale lo passa a me: un medico di quell'ospedale, con un tono di sgomento per il nostro ritardo, mi dice di sbrigarci, visto che il signor Muscarella è deceduto. Ci precipitiamo alla sala operatoria, dove mio
suocero giace disteso sulla barella, con un buco alla gola (i medici hanno
tentato di fare una trachetomia): naturalmente già morto.
E' il 7 Luglio 2006. A questo punto chiamo il 113 e, arrivata la polizia, sporgo querela. Antonino Inguaggiato (23/7/06) |
|
A distanza di poco più di sei mesi ho deciso di raccontare
la storia di mio fratello, che purtroppo non può più farlo in prima persona. Mi
sembra doveroso far conoscere l'accaduto sia nei suoi confronti, sia per coloro
che potrebbero subire un destino simile. E' il mio modo tutto personale di dare
un senso alla sua morte. E' l'estate del 2005. Michele è un uomo che ha deciso di trascorrere le sue vacanze all'Isola d'Elba. Un pomeriggio gioca una partita a tennis con gli amici, ma dopo appena due tiri si accascia per uno strappo muscolare. Subito gli si gonfia il polpaccio, ma, pensando che per nove persone su dieci che hanno subìto tale lesione non è accaduto nulla, egli non dà peso alla cosa. Passa qualche giorno e la gamba comincia a fargli male. Il mattino del 25 agosto va all'ospedale di Portoferraio, dove gli fanno fare un'ecografia al polpaccio e il medico gli dice che non deve fare niente di più di quello che già sta facendo: il riposo. Va in ortopedia e il primario, poiché andava di fretta (erano le 17:00), non guarda nemmeno l'ecografia, gli dice di tornare l'indomani per una fasciatura con colla di zinco. Ritorna l'indomani, gli fasciano il polpaccio. Lo stesso primario gli chiede se ha problemi di circolazione e l'età, e, senza aver nemmeno visto l'ecografia, decide di non somministrare l'eparina che a suo avviso si dà solo alle persone anziane. Michele torna al villaggio dove trascorre le vacanze. Iniziano i fastidi, la gamba duole sempre più, ma... sarà la fascia troppo stretta? Sarà che si stanca a camminare con le stampelle? Ritorna a casa, in Campania. Avverte un dolore al petto, un po' di affanno, sarà sempre colpa delle stampelle? Lui è grosso e in evidente sovrappeso. E' costretto a saltellare su una sola gamba. Il 2 settembre ha un collasso, chiamano il 118 che arriva prontamente, ma può trasportarlo solo all'ospedale più vicino, ovvero il Pronto Soccorso dell'Ospedale di Torre Annunziata. Il cardiologo amico che gli aveva prestato i primi soccorsi a casa e l'aveva accompagnato in ambulanza sospetta un embolo, "ma no... è solo una bronchite !" (!!?) dice il medico di turno al Pronto Soccorso. Gli fanno ripetere due volte la radiografia al torace, la prima non è venuta bene perché la macchina non ha funzionato. Nessuno si cura dello sforzo che deve sostenere per passare dalla lettiga alla sedia a rotelle e pensare che un paziente con sospetto di embolia non è trasportabile, perché deve restare immobile.CHE CONTRADDIZIONE!!! Finalmente, dopo due ore, Michele viene ricoverato in medicina; iniziano una terapia (molto confusa secondo il parere di un medico specializzato in angiologia consultato dopo il tragico epilogo). La vera terapia inizia il giorno dopo, il 3 settembre, quando lo trasferiscono nel reparto di terapia intensiva. Michele sta meglio. Michele sta reagendo, gli amici lo salutano e notano che non ha più il pallore di quando è stato ricoverato. Gli hanno detto che FORSE è il caso di fare un'angiotac (nella cartella clinica troviamo poi la prescrizione datata 03.09.2005 sulla quale si attesta l'urgenza e l'indifferibilità dell'esame!!!), ma lui esprime il suo timore in quanto afferma di essere allergico alle sostanze iodate. Nella cartella clinica troviamo, infatti, la prescrizione sopramenzionata senza il suo consenso. Ma questo non si firma prima dell'esame? E dov'è questo macchinario all'Ospedale di Torre Annunziata? Ma loro sapevano che Michele poteva farla, perché il 04.09.2005 la cugina medico radiologa che conosce tutta la vita di questo paziente fa presente che è un soggetto pauroso e che, forse, quella che lui pensava fosse allergia, non è altro che un'intolleranza. E non è forse vero che davanti ad un'urgenza VITA O MORTE non si guarda se il paziente è allergico, se ha mangiato e tutte le idiozie che hanno detto? E non è forse vero che uno di questi "incompetenti" ha detto alla cugina radiologa "Dove troviamo un centro specializzato di domenica?" La stessa domenica io torno dalla Germania e vado in ospedale a salutarlo. Qualcuno mi dice che non devo preoccuparmi e che mio fratello non è grave. La mattina di lunedì 05.09.2005 Michele riceve la visita della moglie, alla quale dice che la notte non è stato bene, è tornata la tachicardia, la sudorazione, ma forse tutto questo è successo perché la notte è deceduta una signora nella sua stanza. Alle 10:30 chiamano il cognato, perché stanno pensando di trasferirlo al Cardarelli e gli dicono di raggiungerlo per parlarne. Non fa in tempo ad arrivare, vede l'ambulanza passare, Michele è li proprio in quell'ambulanza e con lui c'è lo zio che era andato a trovarlo. Durante il viaggio chiede l'ossigeno, non sta bene. Arriva al Cardarelli e gli fanno l'angiotac. La situazione è disperata. EMBOLIA MASSIVA, arresto cardiaco. Viene rianimato, ma non ce la fa. Michele è morto! Come si può morire a 45 anni per un "banale" strappo muscolare? Sandra (26/3/06) |
|
Ciao sono Fabio Marengo,
e sono il portavoce del sito www.malavista.it e del Comitato di persone
danneggiate agli occhi dopo un intervento laser di chirurgia refrattiva per la
riduzione della miopia, astigmatismo e ipermetropia.
Il nostro sito è nato prevalentemente per raccontare le nostre esperienze e per informare tutti coloro che intendano sottoporsi ad un intervento di Chirurgia refrattiva, delle possibili complicanze a cui si può andare incontro e delle quali noi non siamo stati informati. Essendo questo tipo di operazione pubblicizzata quotidianamente su giornali, riviste e televisioni come sicura e priva di gravi complicanze ci sembra giusto dare voce a chi, come il sottoscritto, ne è stato danneggiato irrimediabilmente. Aiutateci a divulgare il nostro sito!!!! Grazie Fabio Marengo (29/10/05) |
|
Siamo i figli di M.Luisa che in data 9 maggio 2005 è stata trasferita
dall'ospedale di Somma Lombardo, dove aveva già trascorso un mese ricoverata per
un versamento pleurico, al "S. Antonio Abate" di Gallarate perché fosse
sottoposta a pleuroscopia.
La degenza in questo reparto è stata, a dir poco, un'esperienza da dimenticare. Mancanza di professionalità e di competenza, disorganizzazione e maleducazione (soprattutto del personale paramedico) sono solo alcuni degli aspetti, forse i più gravi, che hanno reso un'incubo per la ricoverata ed i suoi familiari i 18 giorni di permanenza. Pur comprendendo le difficoltà di un lavoro duro a contatto con spiacevoli situazioni, crediamo che il disagio e la fragilità di chi è in un letto d'ospedale e di chi ne condivide problemi e paure debbano essere tenuti sempre in considerazione dagli operatori di questo settore. Siamo addirittura arrivati a doverla assistere 24h al giorno DOPO UNA PLEUROSCOPIA!!!!(con conseguenti onerose spese e difficoltà) per un'intossicazione da tranquillanti che le hanno provocato allucinazioni e reazioni violente e che sono state imputate "allegramente" dal Primario a qualche misteriosa e mai accertata lesione cerebrale!!!! Abbiamo dovuto "assistere" a riunioni "rumorose" dei paramedici che si sono protratte fino alle 23.00; battibecchi, pettegolezzi, malcontento e proteste la normalità, la cura del malato e l'attenzione alle sue richieste un fastidio. Obiettivamente dobbiamo anche riconoscere che uno dei chirurghi del reparto si è sempre mostrato disponibile, gentile e pronto ad aiutarci, distinguendosi ogni giorno di più in quell'infelice ambiente. Grazie a lui è stato predisposto il ritorno della degente all'ospedale di Somma da cui proveniva; un ritorno che si è subito rilevato un toccasana per tutti grazie ad un ambiente sereno, professionalmente competente, sollecito e attento. Anche questo spostamento, che crediamo faccia parte della routine, è stato caratterizzato da un maldestro tentativo da parte dell'ospedale di Gallarate di accollarci la spesa del trasferimento in ambulanza che, ovviamente, non abbiamo accettato perché non crediamo essere di competenza del privato. Lo stesso medico un po' speciale si è interessato per risolvere questo intoppo burocratico e, dopo il ricovero a Somma, ha fatto visita a nostra madre confermando di possedere, oltre alle indiscusse abilità professionali, un "semplice", ma forse speciale, cuore. Ora, dopo oltre tre mesi di gravi problemi, pare che uno spiraglio si sia trovato ancora una volta. A questo punto ci chiediamo se sia giusto subire e rimanere in silenzio; non solo crediamo che sia ingiusto, ma vergognoso! Il nostro impegno per divulgare questa storia è determinato, non esasperato, ma guidato dalla ricerca di verità e onestà! La presente è stata pubblicata da un quotidiano locale dopo che i diretti responsabili ne hanno ricevuto copia originale, rispondendo che non si sono accertate responsabilità da parte dell'azienda. NON NE AVEVAMO ALCUN DUBBIO! Stefania e Giovanni Vanetti (30/06/05) |
|
Salve, mi chiamo Pietro, vi esprimo la mia solidarietà.
Sono il fratello di Salvatore Crisafulli, il 39enne di Catania che l'11 Settembre 2003 ebbe un gravissimo incidente stradale. Da quella data Salvatore è in coma vegetativo vigile. Come avvenne il grave fatto ? Mentre egli si recava a lavoro, presso la usl di Catania, venne travolto da un furgone, riportando gravissime lesioni cerebrali e fratture multiple nel corpo. Rimase in rianimazione presso l'ospedale Garibaldi di Catania per ben 53 giorni, e venne anche effettuato un intervento al cranio, un altro al femore sx ed al braccio, nonchè la tracheotomia. Il 29 Ottobre dello stesso anno venne trasferito in elicottero, senza il nostro consenso, presso il Centro Studi Neurolesi di Messina, dove rimase per ben 81 giorni. Qui egli veniva trascurato, non gli praticavano la fisioterapia, avevano un comportamento sgarbato. La conseguenza furono anche lesioni gravissime da piaghe da decubito di terzo grado in sede sacrale, nonchè piaghe sulle spalle, sui talloni e persino all'orecchio sx, che era totalmente lacerato. A noi familiari veniva impedito di toccarlo, per cui non ci eravamo resi conto di quanto accadeva. Finchè un giorno, ed esattamente il 19 gennaio 2004, chiamammo ripetute volte il personale medico, in quanto l'infermo era pieno di catarro, espelleva saliva e aveva fatto le feci. Nonostante i ripetuti solleciti il personale se la prendeva comoda. Perciò decisi di cambiare io il pannolone, scoprendo così la piaga da decubito: era una cosa orribile. Infuriati di quanto visto, e non avendo ottenuto risposta in merito, lo portammo immediatamente via. Se fosse rimasto lì sarebbe certamente morto. Comunque su questi fatti è stata aperta un' indagine della magistratura, tuttora in corso: si sa che queste cose vanno per le lunghe. Non abbiamo speranze che si arrivi ad un colpevole, perchè siamo in Italia. Il 28 febbraio 2004 lo abbiamo trasferito a casa mia, a Monsummano Terme, in Toscana. Qui viene curato dal sottoscritto e dalla mia famiglia. Nessuno ci ha mai aiutati, siamo stati totalmente trascurati dalla sanità e dalle istituzioni. Le strutture sanitarie a cui ci siamo rivolti si sono rifiutate di assisterlo per motivi economici. Per i medici non c'è nulla da fare, lo definiscono in stato vegetativo non cosciente, ma ciò non è vero, lui è totalmente cosciente ! Anzi, da quando è con noi vi sono stati notevoli miglioramenti; lui potrebbe migliorare, ma occorrerebbero dei fondi, che purtroppo non abbiamo. Tra l'altro faccio presente che da quel terribile 11 Settembre io ho lasciato il lavoro. Per rendervi conto della grave situazione, vi invito a visitare il sito dedicato a Salvatore, dove, passo dopo passo, viene raccontata la terribile e drammatica vicenda. Potete collegarvi a 11 Settembre - Salvatore Crisafulli Se volete potete raccontarlo nelle vostre pagine. Vi sono tanto vicino.. Distinti Saluti Pietro Crisafulli (14/04/05) |
|
La vicenda ha avuto inizio a Settembre del 2002 a MILANO.
Mio papà fu visitato da un Professore del reparto di Cardiologia, per un intervento alla valvola mitrale. Fecero la coronarografia, e ci dissero che egli aveva coronarie indenni e "il cuore di un ragazzino". Quindi decisero per l'intervento di Aneurisma aortico e sostituzione della valvola aortica. Rimase ricoverato nel reparto di cardiologia, dove fu trattato in modo esemplare sia dal personale medico che dagli infermieri, poi fu trasferito nel reparto di Cardiochirurgia. Il 19 settembre fu operato, l'intervento andò bene ma i problemi sorsero dopo. Subentrò un enfisema polmonare. Egli era tutto gonfio; io chiesi al medico del reparto, che mi rispose che era tutto nella norma. Dopo due giorni subentrò una fibrillazione atriale, e rimase monitorato per un giorno. Nel frattempo non reagiva, faceva fatica a parlare, a mangiare, a leggere, aveva sempre l'ossigeno. Io continuavo a chiedere, ma...niente... per loro tutto era "nella norma", avendo subìto un'anestesia extracorporea. Ma io ero sicura che non era così; io ero scomoda perchè, a differenza di mia sorella, facevo troppe domande. Lui si addormentava mentre camminava, aveva sempre freddo anche a distanza di molti giorni dall'intervento. Il 27-09, come tutti i giorni, andai alle 12.00 a dargli da mangiare. Dopo il pranzo parlai con un infermiere per prendere accordi per la sua dimissione, ma chiesi: "Come potevano dimetterlo se per respirare aveva ancora bisogno della maschera d'ossigeno ?". Ma l'infermiere mi disse che non c'erano problemi: in riabilitazione l'avrebbero curato. Salutai mio papà, lasciandogli il campanello sotto il cuscino, avvisandolo di suonare, nel caso avesse avuto bisogno. Alle h.1600 ci chiamò l'infermiere, dicendoci di andare subito in ospedale, perchè papà si era aggravato!!!!! Non capivo. Corremmo tutti all'ospedale. Arresto cardiaco di durata imprecisata. Ironia volle che fosse un secondino, che piantonava un detenuto nella camera a fianco, a dare l'allarme. Vista l'immobilità di papà, chiamò subito, ma era passato troppo tempo: il risultato fu lesione cerebrale del 70%. Fu rianimato e trasferito in rianimazione. Chiesi al professore della terapia intensiva come potesse essere successo che in un reparto di Cardiochirurgia, con un intervento così delicato, con precedenti problemi di fibrillazione, nessuno, dico nessuno, si era accorto del suo stato di arresto cardiaco. Sorridendo mi rispose "Sfortuna, fatalità. Era d'altronde dimissionario, e non necessitava di continui controlli da parte degli infermieri". Premetto che mio papà, per sua scelta, era in una camera da solo. Oltretutto, dopo l'intervento operatorio, fu trasferito quasi subito in reparto, perchè il professore della Terapia Intensiva ci disse che aveva un fisico forte. In aggiunta gli fu rotto un dente per riuscire nell'intubazione. Ci disse che l'ospedale avrebbe sostenuto tutte le spese dentistiche. Quindi era venuto anche il dentista a visitarlo, che poi non vedemmo più ! Ritornando alla terapia intensiva, dunque, dopo l'arresto cardiaco papà fu visto da chiunque chiedesse di vederlo, furono fatti vedere a mio cugino esami di cui nessuno di noi era a conoscenza. Chiedemmo un consulto con un neurologo, per vedere se si poteva intervenire sull'edema celebrale, ma un dottore, con un cicalino che continuava a suonare, su due piedi ci disse che non si poteva fare niente. Mia madre portò un walkman con la musica preferita di papà, nella speranza che potesse servire a risvegliarlo, ma niente....non successe niente. Un medico mi disse, molto crudelmente, "suo papà, tempo 24 ore, muore". Capisco che per loro è un lavoro, capisco che sono esperienze che vivono molto frequentemente, ma forse non capivano che parlavano ad una figlia. Pensare che il 28 Settembre papà avrebbe compiuto 70 anni. Noi eravamo molto combattuti se farlo operare prima del suo compleanno o dopo. Il professore della Terapia intensiva ci aveva convinti dicendo "lo festeggerete dopo". Non lo avremmo festeggiato più. Chiedemmo ad una equipe straniera se si poteva intervenire chirurgicamente sull'edema, ma la risposta non arrivò in tempo, perché la mattina del 30-09 papà ci lasciò per sempre. Chiesi subito di fargli l'autopsia. Ma, sempre quel professore, mi disse che non era necessaria: "Perchè causare un altro dolore a sua madre ? Sappiamo di cosa è morto, no ?". La mamma non volle, e neanche mia sorella, e quindi dovetti accettare la decisione. Chiesi subito la cartella clinica. Due medici legali la visionarono, ma il responso fu: "Nulla di anomalo". Dopo circa un anno, quando mi stavo rassegnando al fatto doloroso, mi giunse una lettera anonima speditami da un infermiere/a del reparto stesso, in cui si diceva che a papà furono sospesi i farmaci che lo tenevano in vita. La lettera accusava il professore del reparto di "eutanasia". Riferiva anche il comportamento disumano del professore, il quale aveva deriso noi e papà per la musica che gli facevamo ascoltare. Non voglio continuare, perchè veramente il mio disprezzo per quel professore diventa nausea e il mio cuore si pietrifica, ed emerge quella collera che reprimo ormai da 2 anni. Ho tappezzato l'ospedale di messaggi, ma io con quella lettera non posso fare nulla. Deve essere l'autore a denunciare il fatto, perchè quella maledetta lettera potrei averla scritta io stessa ! Ho perso un padre. Era un Bersagliere, suonava nella fanfara "Luciano Manara", amava vivere come i giovani, correre con le sue piume al vento e non ha mai fatto del male a nessuno. L'hanno trattato come una bestia, me l'hanno fatto morire !. Io lavoro in una società televisiva molto importante. Ho cercato di farmi ascoltare da tutti, da molti personaggi dello spettacolo. Ma tutti fanno orecchio da mercante: perchè quando si parla di malasanità nessuno ti ascolta? Quello che mi fa male è l'impotenza davanti a questi CAMICI BIANCHI. Dovremmo noi, con le nostre testimonianze, unirci per dire che è ora di finirla: "Troppi morti per mano assassina di baronetti con la licenza di uccidere !". SONO FERMAMENTE CONVINTA CHE L'UNIONE FA LA FORZA, MA ANCHE IL NUMERO DI TESTIMONIANZE LA FA. QUINDI CHIUNQUE E' STATO VITTIMA DI MALASANITA' SCRIVA AD ENZO: MAGARI INSIEME RIUSCIAMO A COMBATTERE QUESTI BARONETTI CON I CAMICI BIANCHI E I LORO AVVOLTOI AVVOCATI E LE ISTITUZIONI CHE LI DIFENDONO. GIULIETTA (19/05/04) |
|
Ho 45 anni e l'anno scorso sono rimasta incinta di 2 gemelli. ( Il primo
parto fu a 22 anni e diedi alla luce una bambina alla 40° settimana sana e
vitale). Con mio marito, che è di Milano, decidemmo di farci seguire dalla Clinica Mangiagalli, in quanto sapevamo essere il miglior centro d'Italia per le gravidanze difficili. A marzo mi sottoposi alla villocentesi. Dopo 6 giorni mi chiamarono dicendomi che la bambina era Down. In quella occasione mi prenotarono anche per un colloquio, in vista di un eventuale aborto selettivo. Una settimana dopo ci presentammo e scoprimmo che non di un colloquio si trattava, bensì che erano già pronti per l'aborto. Rimanemmo interdetti ed io mi rifiutai in quanto non mi diedero nessuna certezza circa il riconoscimento del feto da abortire ( durante la villocentesi si erano confusi sulle posizioni dei feti, cambiando a mano per due volte sul mio libretto la posizione delle due placente). Per convincermi dissero che avrebbero guardato il sesso: io sapevo che non era possibile alla 11° settimana ! Rifiutammo l'intervento e tornammo a casa. Alcuni giorni dopo ci accorgemmo che non c'erano stati consegnati i due referti della villocentesi e contemporaneamente ricevemmo una telefonata della professoressa responsabile dell'Ambulatorio di Patologia della gravidanza, che mi invitò, piuttosto rudemente, a recarmi alla Mangiagalli di Milano, di lì a qualche giorno, per un nuovo colloquio. Durante tale colloquio, in presenza dei suoi collaboratori, ci chiese scusa per come il reparto aveva gestito sino a quel momento il mio caso e mi assicurò che mi avrebbe seguita personalmente per tutta la gravidanza. Per rispettare l’impegno mi trattenne per tutta la giornata in ospedale, sottoponendomi a tutta una serie di esami specialistici. Quello stesso giorno ci furono consegnati anche i cariotipi eseguiti con la villocentesi. Una volta a casa, controllammo accuratamente i referti e scoprimmo alcune incongruenze che ci colpirono parecchio: differenze di date, esami non eseguiti (in particolare il secondo esame "coltura di controllo” sulla bambina), numeri di codice differenti da come avrebbero dovuto essere e soprattutto che le due mappe genetiche si riferivano allo stesso individuo. Questa serie di stranezze ci fece sorgere il dubbio che la diagnosi di Trisomia 21 per la bimba fosse errata. In seguito tornammo svariate volte per ricoveri ed ecografie, e proprio in una di queste occasioni fu rilevato dall'ecografia un idroma cistico sulla bimba, senza per altro valutarne a pieno le dimensioni. Inoltre sottolinearono sempre l'ottimo sviluppo del bambino e le sempre maggiori difficoltà della bambina. Nel frattempo le mie condizioni erano peggiorate, mentre l'asma che ho sempre avuto non mi dava particolari problemi ( anche in seguito ad un ricovero di 5 giorni presso il reparto di Medicina della stessa Mangiagalli). Viceversa le mie gambe cominciarono a gonfiarsi, cosa che non mi era mai successa. Feci presente la cosa, ma dissero che era un fatto normale di cui non mi dovevo preoccupare. Non ce la facevo più, le gambe erano gonfissime, era impossibile mettere un paio di calze perchè i solchi che si formavano andavano via dopo 2/3 ore. Ero alla 30° settimana e così chiesi di farmi partorire, stavo male e non riuscivo nemmeno più a urinare. Mi fu risposto dalla Professoressa che potevo tranquillamente arrivare alla 34° settimana e che mi ci avrebbero portato. Ero confusa, cercai di sopportare. La sera del 17 agosto stavo ormai malissimo e con mio marito decidemmo di andare a Milano. Al Pronto Soccorso della Mangiagalli mi misurarono la pressione ma solo una volta, e soprattutto non mi iniettarono il sufrattante. La mattina del 18 insistetti di nuovo per partorire, di nuovo risposero 34° settimana, ma alle 17,00 mi comunicarono di prepararmi al parto. Solo alle 22,00 cominciò l'effettiva preparazione per il parto. Poi fui avvisata che, terminato il parto, sarei stata portata in rianimazione per 24 ore. Partorii alle 23.30 del 18/8/2003. Mi svegliai in rianimazione dopo 2 giorni, più gonfia di prima: l'edema era arrivato anche alle dita delle mani. Al quarto giorno fui trasferita in Ostetricia. Intanto continuavo ad essere gonfissima con episodi febbrili. Rimasi 10 giorni senza essermi nel frattempo minimamente sgonfiata. Dalla Mangiagalli fui trasferita su mia richiesta alla Don Gnocchi per la riabilitazione fisica. Fu lì che durante la prima visita si accorsero che, attraverso la ferita, vi era fuoriuscita d'urina; mi fu detto che probabilmente si era verificato un piccolo incidente durante la ricucitura, un punto aveva preso la vescica. Ero sempre più disperata. Per aiutarmi decisero anche una terapia a base di psicofarmaci della durata di 6 mesi. Me li propinarono a circa 10 giorni dal parto cesareo. Dopo un attento studio scoprii che ero stata in eclampsia: edema massivo, proteinuria e ipertensione. L'eclampsia è un accesso di violente contrazioni muscolari che si può manifestare durante la gravidanza. Ma, leggendo e studiando le cartelle cliniche, ho scoperto che il giorno del parto cesareo la mia gravidanza non era alla 33° sett. e 4 gg, ma alla 32° sett. e due giorni. Non mi fu somministrato il surfactante. Lo somministrarono solo al bambino, ma dopo un'ora, quando ormai era in grave asfissia. Risulta sempre dalla cartella che dopo 2 ore dalla nascita il maschietto aveva 33,5° di temperatura corporea, con ricadute nelle ore seguenti... Rilevai sempre dalla cartella clinica che nelle prime ore dalla nascita mancavano gli strumenti per evidenziare l'ipotermia e si dovettero "arrangiare": il bimbo moriva dopo 3 giorni a causa di asfissia e ipotermia. La piccina diagnosticata down anche senza il Celestine, cioè il surfattante, reagiva bene con apgar 7/9, risultava non ipotonica e nessun segno visibile di anomalie genetiche. Mio marito, dopo la morte del maschietto, vedendo la bimba tanto bella e vitale chiese al medico che l'aveva in cura se avessero fatto gli esami per il cariotipo: lei rispose che era confermata la diagnosi. Non fu mai fatto questo esame e non mi hanno mai prescritto o consigliato una visita specialistica da genetisti. Poiché io insistevo a dire che per me la bimba era sana, mi considerarono mentalmente disturbata e mi convinsero a prendere psicofarmaci. Ora non ne prendo più, ma mi guardo bene dal dire che per me è sana. Perché a mio avviso la bimba è sana ? So che le costanti di un down sono: ipotonia e ritardo mentale... La piccola a 5 mesi e mezzo (età biologica) si metteva il ciuccio da sola in bocca, a 7 mesi e mezzo chiamava mamma e lo ripeteva sorridendo e, oggi che ha 8 mesi e mezzo, inizia a stare dritta in piedi anche se ancora non cammina. Tutto ciò credo che confermi la mia ipotesi. Ha qualche problemino ma dovuto alla sua prematurità. Ad esempio è ipotiroidea a causa di grave iodiuria e sto notando un inizio di strabismo in quanto ha avuto il ROP al primo stadio; ma per il resto sta benissimo. Al momento delle dimissioni scrissero che ha avuto un'aneurisma al cuore e che deve essere tenuta sotto controllo. Ma ora leggo sulla cartella clinica che sospettavano un difetto cardiaco (nei down c'è un'alta incidenza di difetti al cuore) ma che con l'ECG non si trovò niente. Penso che volessero dimostrare ai prossimi medici che era evidente che fosse down. Io penso che per convincermi che non si erano sbagliati sulla villocentesi...abbiano ignorato il maschietto... A proposito i piccoli pesavano ognuno 1,270 kg. Ancora non posso affermare con certezza che la bimba non è down (allego foto). Vi prego aiutatemi perchè voglio giustizia per entrambi i miei figli. TAMMI (3/07/04) |
| La storia dolorosa di Antonio Catalano, che nel 1980, a 23 anni, a causa di un terribile incidente stradale, rimase paralizzato agli arti inferiori. Ricoverato al San Camillo di Roma, vi rimase 3 mesi e mezzo, e rischiò di morire per le enormi piaghe da decubito che si erano formate. Per conoscere più a fondo questa vicenda collegati alla Url di Antonio Catalano. |
|
Una storia, quella di una vita interrotta a 38 anni per un errore, o meglio per una serie
di piccoli errori. Anna Rina Fanelli non è stata la prima e, purtroppo, neanche l'ultima vittima di quei medici, di quella clinica. Era un avvocato, e Lorenzo il suo primo figlio. Anna si era affidata e fidata di quel medico che, nonostante le copiose perdite ematiche, aveva preferito aspettare, rimandare quel parto. Tutto era "normale", tutto sotto controllo. Poi quella domenica del 12 dicembre 1999 Anna non sentiva il suo bambino, aveva paura per lui, e aveva chiesto, preteso, il ricovero in quella clinica, la clinica D'Amore di Taranto. (Lì ancora oggi, nonostante quell'errore, il laboratorio d'analisi resta chiuso nei giorni di sabato e domenica) E quella domenica l'analista non c'era. Nessuna analisi del sangue, niente. Era entrata in sala operatoria per un parto cesareo, ma, secondo quei medici, le analisi non servivano. Emorragia durante la notte, ma il medico di turno era assente. (Da quella clinica, durante la successiva inchiesta, venne fornito un nome: ma quel medico, chiamato a rispondere di quell'assenza, era deceduto) Dunque quei medici aspettarono il lunedì. Nel primo prelievo perdettero la provetta, così il primo risultato arrivó solo in tarda mattinata: Anemia... e via con la pappa di piastrine. Senza nessuna diagnosi, nessuna verifica. Dopo, solo dopo, si scoprì che quella di Anna non era una semplice anemia... ma un'infezione, un problema sorto durante il parto o in quei nove mesi... non si sa cosa. Certa però è la sua morte, avvenuta il 19 dicembre, una settimana dopo quel cesareo. Certa è quella pappa di piastrine: un errore ! Io cercai di capire il perché di quella morte, consultando altri medici. Cercai di capirlo per amore, per rabbia: Anna era mia sorella. "Dare del cianuro a chi ha già ingerito del veleno", così definì quella scelta Edoardo Rossi, il primario del reparto di ematologia dell'ospedale Sacco di Milano. E la rabbia in me c'è ancora. Perchè in quattro anni, le perizie, le dichiarazioni forti arrivate da primari (Enrico Ferrazzi, Edoardo Rossi) di un ospedale, il Sacco, indicato come uno dei migliori a livello europeo, non sono servite. Nulla è cambiato. Due i "medici" indagati, tal Giuseppe Campanelli e Roberto D'Agostino, luminari di quella clinica del capoluogo pugliese. Ma nessuna decisione, quella ci sarà forse il 24 marzo e qualcosa mi dice che nessuno farà niente, che nessuno li fermerà.
Forse perchè uno dei quei medici ha parenti che circolano in procura? Forse perché il perito del gip, tal Ernesto D'Aloia, è lo stesso che è stato revocato per grave negligenza dal gip di Como, Valeria Costi, che indaga sulle 13 morti sospette all'ospedale Sant'Anna ? Sicuramente ricorderete quell'inchiesta, indagato è l'ex primario di Chirurgia Angelo Rumi e i suoi tre assistenti. Ernesto D'Aloia è stato revocato e deferito all'Ordine professionale per l'inizio di un procedimento disciplinare a suo carico. Con lui altri due medici. O forse perchè nell'attesa, lo scorso agosto, un'altra donna, di 28 anni, è morta, anche lei un parto cesareo, anche lei in quella clinica.... epatite B fulminante. Un'infezione? Un dono di Dio? Mai nessun controllo in quella sala operatoria... Niente. Nessuno ha verificato la presenza o meno di altre pazienti portatrici sane di epatite, pazienti che potrebbero averla preceduta in quella sala operatoria. Niente. Io non sono un avvocato ma una giornalista e mi chiedo: se il perito D'Aloia è accusato a Como di negligenza, imperizia, superficialità, come può diventare attendibile quando dice: sì, quegli errori ci sono stati, ma non c'è nesso di causalità.... Non c'è alcuna responsabilità. E' troppo chiedere perchè, in un caso eclatante come quello di Como, si sia individuata la negligenza del perito, mentre nel caso avvenuto al sud, vittima una povera avvocatessa sconosciuta, di cui i notiziari nazionali mai hanno parlato, tale negligenza non conti nulla ? Se D'Aloia è attendibile, allora è anche legale quello che i medici della Clinica D'Amore hanno fatto! Raffaella (3/3/04) |
|
Mia madre venne ricoverata nel Settembre 2004 all'Ospedale di Saluzzo (Cuneo), divisione Medicina, per Vasculopatia cerebrale, demenza e BPCO. Da 5 giorni era affetta da stato febbrile, che, quasi esclusivamente nelle ore serali, superava i 38,5°; inoltre si alimentava molto poco. In seguito a RX veniva riscontrata estesa opacità basale destra a carattere di focolaio broncopneumonico. Dopo un giorno di ricovero, constatando che la febbre non diminuiva, il medico di turno, mi disse: "Adesso ci penso io a farla scendere, vedrà che scenderà senz'altro". Dopo terapia con Flectadol 500 in soluz. 250 cc., giovedì 23 Settembre alle 22.20 si verificò scompenso cardiaco con edema polmonare e versamento pleurico, trattata con fisiol. 100 + lanoxin 1/2 + lasix 4 -morfina 1/2 - bentenal 4g. Sopraggiunse quindi il coma e successivamente il decesso: aveva 89 anni. Possiedo tutta la documentazione del ricovero che certifica inequivocabilmente l'andamento dei fatti. Grazie e scusate per il disturbo. Carlo (15/10/04) |
|
La vicenda di Adriana Ricciardo, che dei medici senza scrupolo usarono come
cavia da laboratorio, utilizzando dei farmaci sperimentali senza il suo consenso,
portandola alla morte alla giovane età di 33 anni.
(30/10/05) Potete collegarvi a www.vitarubata.com |
| Salve, scusa se rispondo tardi alla tua e-mail. |
| Sono d'accordo con te...anche qua in Italia ci sono donne, anziani e meno fortunati che soffrono; vittime di un sistema che dà per scontato il disagio di una situazione familiare, psicologica, economica ecc. Si dovrebbe essere più umani, più sensibili, e cercare di capire chi ne ha bisogno. |
| Dico "dà per scontato" perchè anch'io lavoro in un ambiente dove ogni giorno sono a contatto con malati di ogni genere. |
| Non prendono in considerazione caso per caso, tendono a generalizzare e vedere il paziente solo come uno in più. Non una persona, non un individuo a sè...diverso degli altri, che ha bisogno.... |
| Sai, succede anche nel reparto maternità....tutti i giorni...a tutte le ore nascono dei bambini e per chi lavora lì diventa una routine...non si stupiscono più...non si riceve il neonato come una cosa meravigliosa, ma diventa tutto cosi...scontato...capisci?. |
| Io, per esempio, dovevo partorire il mio ultimo figlio...stavo lì da una settimana...ma i dolori andavano e venivano... soffrivo nel vedere le altre mamme che partorivano e io niente ! Avevo paura... |
| Ma loro, non essendo io una neomamma perchè avevo già partorito altri figli, non facevano caso al mio malessere. |
| Arrivò un giorno in cui l' ostetrica mi lasciò sola, dopo aver assistito la mia compagna: "Dai, ma tanto tu hai già fatto altri figli...". |
| Io piangevo... il liquido amniotico stava diventando verde...il bimbo stava soffrendo. |
| Dovetti andare io personalmente dal medico piangendo, così finalmente lui venne da me e pilotò il mio parto. |
| Il bimbo aveva anche il cordone ombelicale al collo e perciò non nasceva ! |
| E' stata la fortuna (o/e Dio) a far sì che il mio piccolo si girasse su se stesso al momento del parto. |
| Capisci cosa ti voglio dire? |
| La storia di Iolanda l'avevo gia letta...e vorrei che l'autore non avesse i sensi di colpa che credo aver notato nel suo scritto...ha fatto tutto quello che doveva fare....Adesso è finita per sua madre...adesso tocca agli altri vivere, e aiutare a vivere nel migliore dei modi, anche facendo volontariato, offrendo un sorriso a chi ne ha bisogno, una compagnia, scambiare delle parole. |
| Salve, |
| sì ho un racconto drammatico di una mia amica che 3 anni fa ha avuto una gravissima intossicazione da funghi velenosi (amanita falloide), si è fatta portare in ospedale ma la dottoressa di turno le ha riscontrato solo normali problemi intestinali dovuti ad una cattiva digestione per cui le ha suggerito i normali farmaci d'uso e l'ha rispedita a casa dove poco dopo ha dovuto essere prelevata da una ambulanza. |
| Morale della favola: asportazione del fegato, 15 giorni di coma, un anno dopo rigetto del fegato trapiantato quindi nuovo trapianto, obbligo di somministrazione quotidiana di potenti farmaci anti rigetto etc.. nel suo caso anche un normale raffreddore può trasformarsi in una tragedia... per non parlare della vita privata totalmente devastata ... perdita del lavoro etc... !! |
| La cosa peggiore è che l'assicurazione "prende tempo" , la dottoressa fa orecchi da mercante nonostante tutti i testimoni, come se ci fosse qualche struttura che protegge le spalle di alcuni medici che hanno commesso errori. Tanto, chi paga non sono loro ma i poveri disgraziati che pagano con la loro vita e con molte sofferenze ai loro errori. |
| Un saluto |
| Stefano (13/4/02) |
| Ti capisco...mia nonna è stata ricoverata per una settimana in clinica. |
| Quando l'abbiamo riportata a casa la sua piaga da decubito al sacro era più che raddoppiata e presentava altre ferite alle gambe che in casa nostra non aveva mai avuto. |
| Per non parlare poi delle poche volte in cui veniva cambiata rispetto alle cure che le presta mia madre...ora mi resta solo una gran rabbia dentro e un senso di impotenza davanti al dolore che prova!!!. |
| Valentina |
(...dopo circa 15 giorni... 14 Febbraio 2003) |
nel giorno in cui tutti inneggiano all'amore, la mia cara nonna se ne è andata. |
| Scusa se ti comunico una cosa così personale, è che è successo così inaspettatamente che ancora non realizzo bene...l'altro ieri sono andata a darle da mangiare in ospedale e stava abbastanza bene, parlava, era vivace, e aveva anche appetito!! Poi.... |
| Ho ancora negli occhi il suo sguardo indifeso e mi pare di udire quando diceva che brava nipotina che sono... |
| Davvero un triste onomastico .... Ciao, Valentina (14/2/03) |
|
Stamattina 25/11/2004 mi sono recata alla struttura ospedaliera "SANTOBONO" di Napoli, conosciuta perché cura i bambini. Mi ci sono recata perché a mia figlia usciva sangue dall'orecchio. Dopo aver segnato il mio nominativo, mi hanno messa in attesa insieme ad altre mamme, con bambini in condizioni anche più gravi rispetto alla mia bambina. Dopo circa un'ora di attesa, finalmente mi hanno chiamata per la visita. Mi lamento perché é assurdo che in un pronto soccorso si debba aspettare tanto tempo, senza motivazioni sensate. Le mie richieste sul tempo di attesa residuo non ottenevano risposta ed inoltre, sbirciando, vedevo dottori e infermieri intenti a parlare con un tecnico di computer; nel frattempo le persone in attesa erano sempre più numerose. Non è possibile che chi ha la responsabilità del primo soccorso ai pazienti ritenga di farli attendere, per sbrigare questioni tecniche che dovrebbero essere delegate a personale non impegnato nei servizi di emergenza ! E' per queste ragioni che a volte mi vergogno della sanità e forse di essere napoletana. Tengo a precisare che, dopo aver aspettato un'ora e più, la pediatra di turno ha visto mia figlia e mi ha "spedito" al quinto piano dall'otorino, dove poi ho risolto la situazione in pochi minuti. E allora mi chiedo: non sarebbe stato più serio averlo fatto prima, visto che richiedeva solo qualche minuto ? Grazie per aver ascoltato il mio sfogo e invio distinti saluti Laura (25/11/04) |
| Le invio questa email come sfogo personale, visto che non c'è giustizia in Italia. |
| Mia moglie fu operata di adenoma tiroideo nel luglio del 1997. L'intervento fu sbagliato e la paziente cadde in "coma da non ritorno" dove è poi deceduta giusto dopo un anno. |
| Non appartengo alle classi "privilegiate" dove tutto viene giustamente giudicato. Il mio calvario continua da anni e non vedo alcuno spiraglio di luce. Le allego un file dove viene espresso il mio pensiero. Grazie per la lettura e se può darmi un aiuto alla divulgazione della vicenda. |
| Dott. Gennaro Castaldo |
| (Napoli 11/2/03)) |
Allegato |
| Carissimi, |
| per l'incompetenza di un chirurgo che mi ha operato di emorroidi e non mi ha prescritto la giusta terapia per far ritornare alla normalità il mio ano, io sono stato costretto a soffrire per anni le pene dell'inferno. |
| In aggiunta, ora devo operarmi di nuovo perchè, a suo tempo, il chirurgo mi levò solo le emorroidi esterne e non quelle interne, che attualmente mi sanguinano.
Posso denunciare il chirurgo e ottenere un risarcimento? Vi ringrazio anticipatamente per la risposta,e vi saluto cordialmente. |
| Giorgio (9/12/02) |